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STORIA
Storia della fotografia


© www.zoomedia.it - 28-10-2006 inaugurazione
MNAF: Museo Nazionale della Fotografia - Firenze, piazza S. M. Novella
"Vu d'Italie 1841-1941" prime immagini dagherrotipiche in mostra nel nuovo museo della fotografia - Orario: 9,30 -19,30; sabato fino alle 23, chiuso mercoledì.

Fatti (e misfatti) di storia della fotografia

La fotografia, una delle invenzioni che più hanno inciso sulla cultura e sul costume degli ultimi due secoli, ha una storia ricca di eventi, di personaggi, di aneddoti straordinari e per certi aspetti perfino incredibili. Italo Zannier, docente all'Università di Venezia e Padova, uno dei maggiori studiosi internazionali della materia, racconta qui una serie di episodi tra i più curiosi e significativi.

Horace Vernet libera una concubina con il dagherrotipo

Era diventato amico del Viceré d'Egitto, che l'aveva chiamato da Parigi come
pittore di corte, nel 1840. Horace Vernet, nel frattempo e rapidamente,
ossia in poco più di una settimana, aveva appreso da Daguerre i segreti
della nuova, strabiliante tecnica della dagherrotipia, inventata soltanto un
anno prima, nel 1839.
Ad Alessandria, nelle pause dal servizio reale, Horace si dedicò anche alla
fotografia, sia per raccogliere immagini di architetture locali da inviare
all'editore parigino Lerebours, sia per insegnare la magica tecnica al
curioso Viceré, Mehemet III. Questi volle infine dare una dimostrazione
della sua bravura, alle concubine dell'Harem, fotografandole in gruppo.
Ma l'immagine non gli riuscì, perché Vernet aveva tralasciato volutamente di
insegnargli qualche fondamentale segreto. Il Viceré, pur di ottenere quanto
voleva, non ebbe altra scelta che permettere al pittore di accompagnarlo
nell'Harem, rigorosamente proibito; questa volta però, l'astuto Horace fece
in modo che il dagherrotipo di gruppo riuscisse nitido e stupefacente, con l'applauso delle belle concubine e la soddisfazione del Viceré.
Come ringraziamento, Mehemet volle 'regalare' a Vernet la più bella tra le
sue spose; la fanciulla, però, era innamorata clandestinamente di un
ufficiale egiziano, e fu a quest'ultimo che Vernet generosamente trasferì il
regalo del Viceré, con soddisfazione di tutti. (Di questo evento dovrebbe
esistere un dipinto dello stesso Vernet , esposto al Salon parigino del
1841 ). Merito della magia di Daguerre.

La 'diabolica arte' del dagherrotipo

Un anonimo cronista del giornale di Monaco, il Leipziger Stadtanzeiger, alla
notizia dell'invenzione parigina, propose addirittura la scomunica a
Daguerre, che aveva osato inventare una tecnica, la dagherrotipia, con la
quale si diceva che fosse possibile ritrarre anche un uomo, con una
verosimiglianza assoluta.
" Dio creò l'uomo a propria immagine e somiglianza", fu l'anatema del
Leipziger, lanciato sulle sue pagine soltanto un anno dopo l'invenzione, nel
1840, "e nessuna macchina creata dall'uomo potrà fissare mai l'immagine di
Dio".
Se la tecnica della dagherrotipia è vera, non può essere altro che un'invenzione diabolica e quindi Daguerre il figlio di Satana. Nel medioevo lo 'stregone' Daguerre sarebbe finito sul rogo, con tutte le sue inquietanti opere, e oggi non potremmo godere dello strabiliante fotocellulare digitale, figlio di chi ?

Il dagherrotipo, 'una rivoluzione nelle arti del disegno'

"Se riesce", osservò il cronista della Gazzetta di Bologna, pochi mesi dopo
l'annuncio dell'invenzione di Daguerre, nel 1839, "sarà un'invenzione
meravigliosa, che porterà una rivoluzione anche nelle arti del disegno, che
ne mancavano".
Il 'combattimento per un'immagine' iniziò quindi subito, tra pittori e
fotografi, trovandosi i primi, specialmente i miniaturisti, in evidente
concorrenza quanto a somiglianza e rapidità d'esecuzione delle immagini, e
molti finirono con diventare ritoccatori, al servizio dei dagherrotipisti,
oppure fotografi essi stessi.
Fu una battaglia aspra, che tuttora coinvolge il destino delle Arti, dove
risulta sempre vincente sempre di più l'immagine tecnologica rispetto a
quella manuale, verso un futuro, che è iniziato proprio con il francese
Daguerre e con l'inglese Talbot e che non sappiamo quanto ancora di
meraviglioso ci riserva.


Il dagherrotipo sostituisce la miniatura, il calotipo la litografia

Il dagherrotipo, un'immagine impressa su una lucente lastra di rame
argentato, venne subito chiamato 'specchio della memoria', poiché tratteneva
fedelmente il simulacro del soggetto, ma rispecchiava nel contempo anche il
volto dell'osservatore. La estrema verosimiglianza, oltretutto stupefacente
nei ritratti, fu quindi determinante nel sostituirsi alla miniatura, in voga
specialmente dal 1700.
Nacque un nuovo mestiere, quello del dagherrotipista; a New York, nella sola
Broadway all'inizio del 1840, quindi pochi mesi dopo l'invenzione di
Daguerre, operavano circa 1500 fotografi, con molti dipendenti, alcuni dei
quali erano sfortunati miniaturisti, non ancora passati al nuovo mestiere,
assunti soltanto per il ritocco.
La calotipia invece, ossia la tecnica inventata da Talbot in Inghilterra,
sembrò sostituirsi alla tecnica della litografia, in gran voga dalla fine
del '700. Consisteva in immagini su comune - ma allora abbastanza preziosa,
carta da lettere -, ricavate in grande quantità da una matrice negativa,
contrariamente al dagherrotipo, che era unico e non riproducibile.
Questa tecnica venne scelta inizialmente soprattutto dai viaggiatori lungo
il Grand Tour, per la semplicità del procedimento, il basso costo e la
leggerezza dell'attrezzatura, rispetto a quella necessaria per il
dagherrotipo, e fu questa la tecnologia vincente, avviando la cosiddetta
massificazione della fotografia, estremizzata oggi con la magia del
videocellulare per tutti.


Si disse che la fotografia era stata inventata sul monte Athos

Una suggestiva leggenda, riportata però in varie riviste e manuali dell'800,
propose come inventore della fotografia il pittore greco Panselinos,
illustre affreschista medioevale, operante anche sul monte Athos, dove
dipinse straordinarie scene bibliche, nella Chiesa di Protato. E al tempo
stesso Daguerre venne accusato di plagio.
L'abilità virtuosistica di disegnatore, oltretutto realistica, di
Panselinos - come d'altronde accadde altrove, proponendo grandi artisti del
passato, e in Italia persino Leonardo -, fece sospettare ad alcuni maliziosi
o male informati cronisti, che non fosse stato Daguerre il primo ad avere
inventato una tecnica di 'riproduzione' talmente fedele. E in Grecia si
propose il sublime Panselinos di Tessalonica, che nel suo itinerario aveva
compreso il monte Athos, dove esistono tuttora i suoi splendidi affreschi.
Daguerre, secondo quelle notizie ottocentesche, sarebbe salito a sua volta
sul monte Athos durante un viaggio in Grecia e in quella occasione avrebbe
'rubato' il segreto di Panselinos, trovato nell'album di un frate
medioevale.
Si descrisse persino, con ovvia approssimazione, l'apparecchio che questi
avrebbe usato: si sarebbe trattato di una sfera di rame con due fori chiusi
da portellini, all'interno della quale si trovavano strane 'lenti' di
cristallo e di ambra, e si accenna inoltre anche alla presenza del mercurio,
certamente usato da Daguerre per lo 'sviluppo' delle immagini. L'invenzione
di Daguerre aveva evidentemente alimentato la fantasia di qualche oscuro e
avventuroso cronista, anche all'epoca in cerca di uno scoop.


Flaubert con il 'fotografo' Maxime Du Camp scopre la Sfinge

Il tour egiziano del giovane Gustave Flaubert, che assieme all'amico
scrittore e giornalista Maxime Du Camp aveva iniziato nel 1849, dieci anni
dopo l'invenzione di Daguerre, giunse nei paraggi della Sfinge, che da
lontano allora appena si intravedeva emergere dalla sabbia, dov'era
infossata.
" E' di là che comincia il deserto", scrive Gustave in una lettera alla
madre; " è stato più forte di me, ho lanciato il mio cavallo a briglia
sciolta. Maxime mi ha imitato."; in quel deserto c'era la Sfinge, Abu Elul,
il padre del terrore, continua Gustave, la Sfinge, che "s'ingrandiva, s'ingrandiva e veniva fuori dalla terra come un cane che si alzi ". E cresceva
prospetticamente, mano a mano, come in una carrellata cinematografica.
Flaubert concludeva così: "Nessun disegno che io conosca ne dà l'idea, se
non un'eccellente lastra che ha fatto Maxime in fotografia". Fu quella
convinzione, per Flaubert, al tempo stesso, anche la scoperta della bellezza
della fotografia, oltre che della Sfinge.


Quando l'acquaforte iniziò a temere la fotografia

Rivolgendosi accoratamente alla Commissione conservatrice dei Monumenti
delle Marche, Luigi Travalloni, illustre professore dell'Accademia, ribadì
ancora una volta la sua preoccupazione che la fotografia venisse a
sostituire l'acquaforte anche nell'insegnamento delle Accademie, come in
effetti gli sembrava che stesse accadendo.
Era il 1872, quindi a soli trentatre anni dall'invenzione di
Daguerre-Talbot, e già allora si avvertiva l'influenza di questa tecnica
sulle arti tradizionali, e in particolare nei riguardi dell'incisione - la
tecnica a lungo più diffusa, per l'illustrazione e per la conoscenza,
sebbene approssimativa, anche della pittura, trascritta in quelle immagini,
oltretutto multiple.
L'incisione su rame, come la xilografia e la litografia, aveva in comune con
la fotografia il bianco-nero dell'immagine, in attesa del colore, che in
fotografia risultava però parzialmente falsato nei valori tonali e
chiaroscurali. Da ciò, soprattutto, l'accusa. Che non teneva conto, però,
della irraggiungibile fedeltà del disegno, rispetto a quello manuale.
" Venuto il Sole a far competenza coi maestri del bulino", declamava il
Travalloni, "non era più possibile sostenerne il cimento", mentre il
Governo, egli lamentava, stava per sostituire l'insegnamento dell'acquaforte
con quello più moderno della fotografia.
Il che non avvenne, e soltanto in tempi recenti, circa cent'anni dopo,
vennero finalmente attivati i Corsi di fotografia nelle Università e nelle
Accademie, senza perciò nuocere a quelli dell'incisione, che in effetti non
le era affatto sorella, se non nella diffusione della conoscenza di opere e
monumenti in immagine, come tra i primi aveva fatto Raffaello, mediante l'opera dell'incisore bolognese Raimondi. Avesse avuto la Fotografia!


Ritratti fotografici senza ombre nella Cina dell'Ottocento

Il giornalista inglese John Thomson, durante il suo avventuroso viaggio in
Cina, anche come fotografo, negli anni Settanta dell'Ottocento, fece visita
a Hongkong ad alcuni artisti: "Afong, fotografo", "Sing-Sing pittore" e
" Ating, pittore e fotografo".
" La maggior parte delle fotografie", racconta Thomson, "rappresentano degli
indigeni e riproducono l'espressione di profonda indifferenza che
caratterizza i buddisti". Ma, egli osserva con curiosità, "tutti i ritratti
sono presi di fronte, e le braccia formano a destra e a sinistra degli
angoli perfettamente eguali. Non deve forse il ritratto mostrare che la
persona ha due occhi e due orecchie e che la sua faccia s'accosta all'ideale
della bellezza, la luna piena?"
Ma il fotografo inglese, che amava il chiaroscuro, trasecola nel rilevare
che "sulla faccia, o non si vede nessuna ombra, o essa è eguale dai due
lati". L'ombra, dicono infatti i cinesi, "non esiste, è un'apparenza
accidentale; non costituisce nessun lineamento del viso e quindi non
dovrebbe essere rappresentata".
A Parigi, invece, nel frattempo imperava lo 'stile Rembrandt', con ritratti
quasi in controluce, che accentuavano suggestivamente il chiaroscuro e le
rughe del viso, offrendo identità d'espressione, altrimenti impossibili,
come in una fototessera.


Pittori, non temete, la fotografia 'ha tutto meno che il colore'

Alla voce 'Fotografia', nel Supplemento al Nuovo Dizionario
Universale Tecnologico e di Arti e Mestieri, edito a Venezia nell'ottobre
del 1839, lo scienziato e patriota veneziano Giovanni Minotto, specificò
che, sia la dagherrotipia che il disegno fotogenico di Talbot, non erano in
grado di fissare anche i colori, ma soltanto il disegno in bianco-nero.
Stessero quindi tranquilli i pittori, che nulla avrebbero avuto da temere
Essi, invece, già soffrivano per il nuovo procedimento di immagini, che avrebbe certamente sottratto loro un bel po' di lavoro. "Ha
tutto meno che il colore", fu quasi uno slogan, ribadito in molti giornali
dell'epoca. "Dunque le belle arti", osservava infatti un cronista della
Gazzetta Privilegiata di Milano, sul finire del 1839, l'anno dell'invenzione,
" diverranno pari alle arti meccaniche, e niuna parte più rimarrà all'ingegno
umano? Non certo; ché gran parte ha già l'ingegno dell'arte di colorire".
La salvezza dei pittori, quindi, sarebbe stata la più umile collaborazione con i fotografi, per dipingere e infine ritoccare le fedeli immagini, ma ahimè carenti di colore. Circa 70 anni dopo, però, i Lumière avrebbero finalmente risolto anche questo problema, che lungamente era sembrato un handicap insormontabile. Ma la pittura non è morta, nonostante i videocellulari per tutti, come invece aveva pronosticato il pittore Paul Delaroche, al primo apparire della dagherrotipia.

I dagherrotipisti ambulanti diffondono il virus della fotografia

Furono soprattutto i fotografi ambulanti, a diffondere la
fotografia (inizialmente la difficile dagherrotipia) non soltanto nelle
città d'arte ma anche nelle periferie, fermandosi per qualche giorno in una
locanda, dove allestivano un Gabinetto fotografico e un improvvisato
atelier.
"Si fotografa anche con il brutto tempo" e "si fotografano anche
i bambini e i cani" " si insegna il procedimento e si vende l'attrezzatura",
e così via, si legge negli slogan pubblicitari che comparivano nelle
Gazzette locali a cura di questi Professori di Dagherrotipia, i primi
" liberi docenti", veramente liberi e avventurosi.
Alcuni tra questi fotografi itineranti (il più famoso, Ferdinand Brosy, dal mestiere di coramaio di improvvisò dagherrotipista, e girò per alcuni anni in Europa, con un giovanissimo "allievo"di Trento, Giambattista Unterweger) risultavano spesso anche furbi imbroglioni, lasciando conti in sospeso nella Locanda, dove a volte vendevano anche intrugli chiamati elixir di lunga vita. Ma diffusero così la magica fotografia, insegnando il procedimento e vendendo l'attrezzatura, senza alcun problema di concorrenza, poiché si trasferivano via via in altri luoghi.
Questo umile mestiere resistette fino agli anni Cinquanta del Novecento, nelle sagre di paese e presso i Santuari. A Trento, nel 1848, due dagherrotipisti vennero addirittura cacciati dalla città, con l'accusa d'essere 'mazziniani' e persino in odore di stregoneria.


Il conte Primoli pioniere dei paparazzi

Sul finire dell'Ottocento la fotografia si era evoluta al punto
di consentire l'istantanea di strada, con una velocità finalmente anche di
un centesimo di secondo. I fotoamatori aumentarono, soprattutto tra i ceti
abbienti. Finalmente la tecnica si era semplificata, con apparecchi più
piccoli e leggeri, obiettivi più luminosi, pellicole ancora più sensibili
delle vecchie lastre al collodio, ecc.
Non serviva più il pesante treppiede e il fotografo poteva
tranquillamente passeggiare in cerca di soggetti simpatici da sorprendere
'all'improvviso', 'à la sauvette' come Cartier-Bresson. Il più famoso di
questi ricchi fotoamatori (i poveracci dovettero attendere qualche boom
economico per arrivare alla fotografia) fu senza dubbi il conte Giuseppe
Napoleone Primoli, figlio di Carlotta Bonaparte, diarista per vocazione, ma
fotografo per talento, tra Parigi e Roma, dove realizzò un suggestivo
reportage soprattutto sulla vita nell'epoca umbertina, negli anni tra Otto e
Novecento.
Immagini dinamiche e vivaci, spesso impertinenti, come l'istantanea
di Primoli, che a Parigi coglie il pittore Degas mentre esce da un
vespasiano abbottonandosi i pantaloni; fu un paparazzo ante lettera, in
attesa dei nostri Porry- Pastorel e Tazio Secchiaroli .


L'italiano che fece conoscere la fotografia al Giappone

Come un novello Marco Polo, il fotografo Felix Beato, viaggia sul finire degli anni Cinquanta dell'Ottocento, da Malta ad Atene, da Costantinopoli a Balaclava, e da lì a Calcutta, partendo da Aden assieme ai fratelli Antonio e Matilde, e l'amico-cognato James Robertson, medaglista oltre che grande fotografo durante la guerra di Crimea e provvisoriamente Capo della Zecca di Turchia.
Dopo drammatiche esperienze belliche in India e in Cina (è autore delle prime immagini di cadaveri sul campo di battaglia), Felix giunge a Yokohama, dove attiva un atelier fotografico, che oltretutto promuoverà il successo della fotografia nello xenofobo Giappone di allora, assai diffidente verso quell'emblematica invenzione occidentale, che era considerata la fotografia.
Tra il ritratto a un marinaio giunto nella baia con le prime navi d'Europa e d'America, Felix compilò tra l'altro (fu anche editore del primo giornale giapponese in lingua inglese, il Japan Punch), due suggestivi album-souvenir, con fotografie di tipi e di folklore locale e di paesaggi dalla straordinaria bellezza esotica. Furono le prime immagini del Giappone a giungere in Europa, svolgendo già il ruolo odierno della televisione e delle agenzie di viaggio. In attesa dei jet.


L'urbanistica deve a Nadar l'applicazione della fotografia aerea

Nadar, grande ritrattista e geniale sperimentatore della Fotografia, tecnologia emblematica del suo secolo, eseguì le prime immagini a luce artificiale nelle catacombe di Parigi e ha al suo attivo anche le prime fotografie aeree, a partire dal 1859, quando riprese una panoramica della capitale francese dall'alto della mongolfiera, che era la sua grande passione.
Senza troppa modestia, egli stesso sostiene il primato dell'idea:
" Avevo visto là una prima applicazione alle operazioni catastali", scrive in un suo straordinario volume autobiografico, Mémoire du Gèant, il grande pallone costruito dai fratelli Godard, in grado di trasportare persino quaranta persone. Uno di quei viaggi però finì male, facendogli urlare durante la rovinosa caduta "nous sommes tous morts", precipitando tra gli alberi di un boschetto e finendo sulle rotaie di una tra le prime ferrovie, proprio mentre arrivava un treno, che però riuscì a fermarsi. "Un buon aerostato fissato al suolo e un buon apparecchio fotografico, ecco le mie sole armi", scrisse Nadar (nome d'arte di Gaspard-Félix Tournachon). Armi che in effetti erano già quelle di cui può oltretutto disporre anche oggi un urbanista.
Cosa direbbe oggi, appeso a un satellite nello spazio, come nel fantascientifico viaggio di Verne, che in suo onore affibbiò il suo nome anagrammato, Ardan, all'eroe che va verso la Luna?


Tiphaigne, un misterioso profeta della fotografia, nel settecento

Tiphaigne De la Roche, medico francese con vocazione dello scrittore, immagina misteriosamente, nel 1760, quindi settant'anni prima dell'invenzione di Daguerre, una tecnica fotografica, persino a colori, descrivendo l'evento in un suggestivo e poco conosciuto fantaracconto, Giphantie, edito allora a Parigi e a Londra.
Vi si tratta dell'invenzione di un popolo alieno, che il De la Roche immagina di visitare, nel corso di un tour attorno al mondo e del quale descrive le avventure. Un mattino si sveglia nella cella in cui si trova, presso una strana popolazione nel centro dell'Africa. Dalla finestra della stanza scorge un paesaggio con il mare e degli alberi; ma il mare non c'è nel centro dell'Africa, egli pensa. Allora, per lo stupore, corre verso quella che credeva una finestra, ma vi batte la fronte, perché quella immagine così realistica, non era una finestra, bensì qualcosa che assomigliava a un dipinto, talmente fedele al vero, da fargli dubitare se " ciò che si chiama realtà non sia invece un'altra specie di fantasmi che si propongono agli occhi, all'udito, al tatto e a tutti i sensi in una volta".
Lo stregone di quella comunità misteriosa gli spiegò allora che si trattava di un'immagine ottenuta su una tela ricoperta di una sostanza vischiosa, di loro invenzione, in grado di trattenere l'immagine di qualsiasi soggetto postogli dinanzi, fedelmente, con tutti i colori. "Ciò che uno specchio non saprebbe fare", commenta l'ospite di Tiphaigne, "la tela, per mezzo del suo strato vischioso, trattiene i simulacri. Lo specchio riflette fedelmente gli oggetti, ma non ne trattiene alcuno. Le nostre tele non li raffigurano meno fedelmente, ma per giunta li conservano tutti". In effetti erano fotografie.
Ma Tiphaigne va oltre nel suo racconto, quando, continuando il viaggio, inventa persino l'esistenza di una "mostra fotografica", che visita percorrendola con il suo anfitrione; si tratta di un lungo corridoio, dove sono appese grandi immagini "fotografiche" , sistemate come in una Galleria d'arte - la prima della storia, anche se immaginaria -, immagini giganti, come nella moda odierna, che riproducono 'al vero' gli episodi salienti della storia dell'umanità.
Non si conosce l'origine di questa sua immaginazione alchemica, la cui soluzione, provocatoriamente il Tiphaigne, a conclusione del racconto, "propone ai fisici contemporanei, lasciandola alla loro sagacia".
Ma si dovette attendere il concreto risultato di Daguerre e di Talbot.


New York: truffatore americano inventa la dagherrotipia a colori nel 1850

"Il gran vuoto nell'arte fotografica", si diceva, era l'assenza del colore, molti sperimentatori vi si dedicarono e persino Daguerre, prima di morire, tentò di ottenere qualche risultato con un miscuglio di polveri colorate, ma senza fortuna. Certamente, a quel tempo, un inventore della dagherrotipia a colori, avrebbe avuto un tale successo da arricchirsi oltretutto rapidamente.
Ci pensò un ingegnoso ex-sacerdote di New York, Levi L. Hill, che nel 1850 pubblicò addirittura un opuscolo sulle sue prove di dagherrotipia a colori, ottenute direttamente e senza coloriture superficiali, che disse autentiche, ma senza indicare il segreto, evidentemente in attesa di qualche coraggioso e più o meno ingenuo sponsor.
La notizia fece talmente scalpore, che a New York alcuni atelier dagherrotipici smisero di lavorare per una settimana, in attesa della meravigliosa novità, la fotografia a colori, anche chiamata 'la pietra filosofale della fotografia', così difficile se non impossibile allora da 'trovare'.
Il processo eliocromo di Hill non vide però la luce, e pare che il presunto inventore si sia accontentato dei dollari ottenuti con la vendita dell'opuscolo. Ma tuttora c'è chi sospetta che qualcosa di vero ci fosse, sebbene misterioso anche ai chimici contemporanei che hanno studiato gli esemplari di Hill conservati, senza venire a capo di nulla. Il povero Hill, un prete in pensione con la vocazione dell'alchimista, fu un truffatore, oppure a sua volta un 'martire della scienza'?


Tutti fotografi, dalla lussuosa Leica al proletario cellulare

La massificazione della fotografia inizia, convenzionalmente, sul finire dell'Ottocento, quando la tecnica si semplifica, sia nei materiali fotosensibili, con la pellicola in rullo di celluloide, sia nel formato degli apparecchi, piccoli e leggeri, via via quasi tascabili, e mimetizzati da gadget, come gli accendini.
La Kodak propose le sue economiche camere con uno slogan subito vincente: "Voi premete il bottone (l'otturatore), noi pensiamo al resto". La manipolazione, sviluppo e stampa, avveniva nei laboratori autorizzati dall'azienda o dai laboratori autorizzati. Fu un successo generale, anche se il
fotoamatorismo fu a lungo riservato soltanto ai ceti abbienti, medici-notai-ingegneri, specialmente quando, negli anni Trenta, la Leica, presentata pochi anni prima, era considerata un lussuoso status symbol, da ostentare durante gite e viaggi, favorendo il bricolage, con una certa crisi per gli atelier professionali.
Così oggi il nuovo corso della fotografia, invece popolare, con l'avvento dei videocellulari; ma sono talmente tanti, milioni ovunque, ed economici, da non essere quasi degnati di uno sguardo, a meno che non si tratti dell'ultimo modello di design, con tante inutili funzioni in più.
Questa nuova massificazione non rende la fotografia migliore né peggiore,
semmai continua a offrire illusioni di creatività, e soprattutto a considerare l'immagine che compare nel microschermo come la vera realtà, che sempre di più è quella iconica, che si sostituisce (televisione docet) a quella ponderale, termica, percorribile, del mondo antico.


Anche gli italiani hanno fatto la storia della fotografia

Nel mondo della grande editoria internazionale e in quello sofisticato delle aste, risultano privilegiati soprattutto gli autori classici stranieri, come i Weston o i Cartier-Bresson, mentre i nostrani maestri semmai vengono spesso collocati nelle retrovie. Eppure ci sono " grandi fotografi" anche tra gli italiani, dall'Ottocento a oggi; dagli Alinari, Sella, Rey, ai Giacomelli, Gioli, Ghirri, Fontana, Guidi, Basilico, Jodice, Berengo, Scianna.
L'elenco potrebbe stendersi alquanto, ma l'appello a una maggiore attenzione, anche da parte dei collezionisti oltre che delle disattente istituzioni, riscuote comunque rari consensi. Una grande parte di responsabilità è di casa nostra: "Abbiamo tanta di quell'Arte, in Italia", dicono gli studiosi tradizionali e accademici, "che non abbiamo tempo di occuparci anche della fotografia". (Ma come si può comprendere l'antico, senza il 'confronto' con il contemporaneo?)
La Fotografia, quindi, ultima Dea, viene semmai relegata in appendice dei volumi d'Arte, e dell'editoria in genere, invece generosa questa, nei confronti degli Autori stranieri, ma sempre i soliti-soliti, che godono di un prestigio internazionale ben pubblicizzato.
Molto si è fatto in questi anni, soprattutto nel riordino e nella tutela degli archivi, ma tuttora, dopo una assenza quasi totale e lunghissima nelle Università, i nuovi Corsi sono troppo spesso affidati a studiosi improvvisati, senza concorsi e garanzie scientifiche, e comunque collocati in posizioni secondarie, come l'"educazione fisica", la " religione" e il "disegno" nei licei ai vecchi tempi. La fotografia italiana, promossa culturalmente, può rivelarsi persino una sorpresa, con una sua identità, non solo quella del neorealismo e del paparazzismo, con successo anche all'estero, nonostante i maestri americani e gli europei Doc, che sono infine sempre gli stessi.
Evviva i nostri Fotografi Ignoti; meritano un monumento, ma non un mausoleo.


Il signor Moser di Berlino, nel 1840, ottiene fotografie al buio

Una notizia che suggestionò e appassionò molti scienziati negli anni Quaranta dell'Ottocento (pochi anni dopo l'invenzione di Daguerre) fu quella di un alchemico, misterioso sperimentatore di Koeningsberg, il professor L. F. Moser, che aveva ottenuto immagini fotografiche su una lastra dagherrotipica, al buio e addirittura coprendola con una lamina di ferro, sopra la quale sistemava vari piccoli oggetti, che poi risultavano visibili in un'immagine sottostante.
Fu talmente interessante quella notizia, che l'Accademia delle Scienze di Parigi dedicò a Moser una Sessione, nel 1844. Il grande fisico Arago cercò allora di spiegare il perché di quelle "impronte" ottenute senza il contributo della luce, perlomeno di quella visibile, del Sole o di altre fonti luminose.
Se ne occuparono qualche anno dopo, anche a Venezia, gli scienziati dell'Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti; furono molte le ipotesi ma nessuna certezza. Moser, che certamente aveva ottenuto quelle immagini, in effetti allora testimoniate, morì senza rivelare il segreto e senza lasciare qualche esemplare. Aveva a che fare il suo procedimento con gli effetti di radiazioni misteriose, non ancora studiate? Bisognerà attendere cinquant'anni per ricevere notizie analoghe, ma questa volta ben spiegate da uno scienziato, Wilhelm Roentgen, con i suoi "raggi X", la luce invisibile proiettata da un tubo catodico di Crooks, che attraversava i corpi e consentiva di ottenere immagini sopra una lastra sensibile.


Niepce, il 'Cristoforo Colombo della fotografia'

Nonostante la fotografia (che Joseph Nicéphore Niépce chiamò eliografia) fosse un'invenzione e non una scoperta, il grande divulgatore scientifico Louis Figuier volle entusiasticamente definirlo un 'Cristoforo Colombo'. In comune hanno certamente dimostrato una tenacia senza pari e una fede che li ha portati a giustificare le fatiche e il tempo impiegato, fino a ottenere i risultati previsti.
Niépce inizialmente si sarebbe accontentato solo di migliorare e semplificare la tecnica della litografia, sostituendo la lastra di pietra con materiali più economici e leggeri, quali il peltro, il rame argentato, ma anche il cartone e il vetro. Scoprì che un asfalto, il Bitume di Giudea, che usava per gli inchiostri da stampa, era sensibile alla luce, e da questa constatazione, con l'intelligenza del genio, riuscì dopo anni di sperimentazioni (perlomeno dal 1813 al 1826), a ottenere la famosa, mitica eliografia di un paesaggio visto con una camera ottica, dalla finestra del suo studio di Chalons-sur-Saone.
Per quell'immagine, oggi conservata all'Università del Texas, fu necessaria una posa di circa dieci ore; un'eternità, se confrontata con i miliardesimi di secondo consentiti dalle attuali tecnologie. Ma Nièpce, tenace con Cristoforo Colombo, aveva in quel giorno veramente raggiunto l'America, ossia il Nuovo Mondo dell'immagine, nel quale oggi tutti noi viviamo.


Non i dotti hanno inventato la fotografia, ma empirici tenaci

"Non fu un dotto che ha scoperto la bussola", ha osservato lo studioso francese Louis Figuier, in un ampio saggio sulla fotografia, nel 1854, "ma un borghese del regno di Napoli. Non un dotto scoprì il telescopio, ma due fanciulli che giocavano nella bottega di un occhialaio a Middleburg. Non un dotto realizzò le pratiche applicazioni del vapore, ma due operai del Devonshire, e James Watt non era, quando cominciò ad occuparsi di tale studio, che un povero fabbricatore di strumenti. Non un dotto scoprì la vaccina, ma alcuni pastori di Linguadoca. Non un dotto immaginò la litografia, ma un cantore del teatro di Monaco."
Vere o false queste attribuzioni, il Figuier volle comunque dimostrare che anche la fotografia era stata inventata da un 'non dotto', ma da un empirico dilettante, come Joseph Nicéphore Niépce, semmai 'dotto per metà' e che quindi non si spaventò per le difficoltà scientifiche cui andava incontro.
La Héliographie inventata da Niépce negli anni Venti dell'Ottocento, aprì infine la nostra Era dell'Iconismo, mercè la collaborazione di un altro 'dotto per metà', il geniale Louis Jacques Mandé Daguerre (soltanto nel 1839 validi risultati), che però era un artista, quindi in possesso di un anelito creativo, senza il quale non ci sarebbe stata l'invenzione del secolo, che fece dire al pittore Paul Delaroche,"da oggi la pittura è morta". Una supposizione che non si avverò, ma che certamente ha influito su tutto, anche sulla pittura, avviando quello che è stato chiamato "combattimento per un'immagine".


'Miracoli et maravigliosi'. Così nacque l'idea della fotografia

Anche se non è del tutto vero, Giovanni Battista Dalla Porta è quasi
universalmente ritenuto l'inventore della 'camera obscura', verso il 1560,
come risulta dai suoi scritti di grande popolarità. Dallo studio di quel
fenomeno iniziò a svilupparsi lentamente l'Idea della foto-grafia, ossia di
un procedimento capace di fissare in permanenza l'immagine penetrata in una
" scatola" oscura attraverso un foro, dove per magia passano i raggi riflessi
dai simulacri che si trovano all'esterno.
Tra i 'maravigliosi effetti', Dalla Porta offre questa spiegazione sul modo per cui "si possa vedere le cose con il proprio colore, benché il Sole gli percuota sopra". E dice: "Serri tutte le finestre serrando tutti gli spiragli: una solamente ne bucherai con la trivella, ma farai che l'buco habbia figura piramidale tonda del quale la base sia verso il Sole e il cono verso la stanza. All'incontro vi metterai lenzuoli bianchi o fogli acciochè ogni cosa sia poi illuminata dal Sole e tu vedrai gli uomini che camminano per la piazza come antipodi e quelle cose che sono destre ti parranno sinistre e ti parrà ogni cosa alla rovescia e quanto più sono lontani dal buco parranno maggiori".
Quindi passa a spiegare "quello che ho sempre taciuto, né pensai mai di dirlo", ossia: "metterai all'incontro uno specchio e vedrai il Cielo sereno di colore azzurro, gli uccelli che volano per Aria.". Da qui, continua Della Porta, "nasce che ciascheduno il quale non sappia l'arte della pittura, potrà con uno stile, lineare l'immagine di qual si voglia cosa". Nasceva in quel giorno l'Idea della Fotografia, maturata storicamente lungo quasi tre secoli, negli anni delle grandi invenzioni tecnologiche, delle quali la fotografia è l'emblema primario.


Quando Darwin ringraziò il 'fotografo-fisiologo' Duchenne de Boulogne

"Sono obbligatissimo al dottor Duchenne del permesso concessomi di far riprodurre a mezzo della eliotipia queste due fotografie, tolte dalla sua opera in-folio.", scriveva Charles Darwin in una nota del saggio sull'Espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali, pubblicato a Londra nel 1872.
Il dottor Duchenne de Boulogne, illustre medico e fisiologo francese, aveva
realizzato nel 1862, dopo lunghi studi, un Atlante visivo, sul Mécanisme de
la physionomie humaine, con la collaborazione del fotografo Adrien Tournachon, fratello del grande Nadar, tra l'altro utilizzando degli elettrodi che applicava al volto di un malcapitato paziente, stimolandone i muscoli e capirne le reazioni ai fini fisionomici.
Darwin ottenne da Duchenne parecchie immagini che utilizzò per lo studio
delle espressioni umane e degli animali, in parte pubblicate nel suo saggio che, oltretutto, è tra i primi libri illustrati con fotografie originali trascritte con la tecnica eliotipia. L'antropologo inglese commissionò inoltre specificamente a un altro illustre fotografo, Oscar Gustav Rejlander, una sequenza di immagini sulle espressioni dei bambini, arricchendo quindi il suo volume, con il 'realismo', che sembrava indiscutibile, della fotografia, della quale anche in seguito non si è più potuto farne a meno, anche e soprattutto negli studi scientifici.


Un italiano plagia a Genova il manuale di Daguerre

Era stato pubblicato da pochi giorni a Parigi, con straordinario successo, il manuale di Daguerre, che con Niépce aveva inventato la fotografia. Il procedimento era stato reso pubblico soltanto il 20 agosto del 1839, dopo l'annuncio ufficiale del 7 gennaio, con la pubblicazione di un manuale scritto da
Daguerre. A Genova l'editore Antoine Boeuf ne offrì subito un'edizione ridotta, ma esaustiva, ottenuta piratescamente, senza consenso, rielaborando
in parte i testi.
Il libretto in lingua francese, al prezzo di franchi 1,5, contiene anche alcune tavole descrittive, in parte modificate, 'fotocopiando' l'edizione parigina originale di Alphonse Giroux, firmata da Daguerre.
Non era ancora molto esplicita la legge sul diritto d'autore, e comunque l'opera di Beuf passò inosservata allo stesso Daguerre, che nel frattempo stava diffondendo ovunque il suo libretto, senza pretendere altro che le royalty per la vendita dell'attrezzatura, fabbricata a Parigi dal cognato Chevalier.
La Francia, d'altronde, nell'acquistare il brevetto del dagherrotipo, 'regalò al mondo' generosamente quel segreto tecnologico. In Italia, dopo la copia in francese plagiata dal Boeuf, la prima traduzione verrà data alle stampe solo nell'anno successivo dal tipografo romano Alessandro Monaldi, che contribuì decisamente alla diffusione e alla conoscenza della "nuova scoperta del Signor Daguerre pittore, inventore del Diorama, ufficiale della Legione d'Onore, etc.".


'Ha fotografato la situazione', slogan da correggere

Se c'è qualcosa che può mettere in dubbio la 'verità' relativa a un soggetto
o a un evento, paradossalmente è proprio la 'verace' fotografia, che invece
emblematicamente è indicata come fedele e autentica riproduzione della realtà, secondo uno slogan tuttora ricorrente nel linguaggio giornalistico e nell'oratoria politica: "ha fotografato la situazione" quindi è vero e molti
ingenuamente ci credono.
Questa fiducia nell''indiscutibile realismo', emblematico della fotografia stessa, resiste dal tempo di Daguerre, nonostante l'ampia letteratura su questo linguaggio, che vive e vegeta proprio per la sua ambiguità espressiva (offre soltanto indizi!) con un codice figurativo vero-simile, ma affidato comunque a un autore, o a una tecnologia programmata e in evoluzione, sia dall'industria, sia dal sistema socio-politico e della comunicazione. Ma lo slogan comunque resiste e certamente consente di affermare e di rinforzare l'ipotesi di verità di una determinata affermazione.
Utilizzando, sfruttando quella convenzione generale che intende la fotografia come una riproduzione fedele della realtà, mentre invece la verità semmai si nasconde nei segni dell'immagine, a volte addirittura progettati e comunque elaborati dal fotografo. Anche la fotografia va letta 'tra le sue righe', come una poesia o un romanzo; è sempre la conseguenza di una ideologia, anche nei casi più elementari, e questa si esprime nel modo in cui il soggetto è stato visualizzato, anche quando l'autore è un banal-fotografo, che si serve dell'automatismo standard di un videocellulare, in effetti il cosiddetto "inconscio tecnologico".


Dall'assenza della pellicola alla batteria scarica

Un nuovo linguaggio vive tra i fotografi, tutti-fotografi oggi, alle prese con un videocellulare o con un apparecchietto che sta nel più piccolo taschino, grande come un portamonete. Sino a ieri di diceva, nel caso di una fotografia mancata: "ho terminato la pellicola", ossia quel rullino di celluloide in voga dalla fine dell'Ottocento, che all'inizio la Kodak proponeva talmente lungo da consentire cento fotografie con un unico rullo.
Poi, tralasciando gli apparecchi 'spia', nascosti nell'accendino oppure occultabili sotto la cravatta, nasce il classico 35 millimetri, ecc., dal quale i successivi formati sempre più miniaturizzati, compatibili comunque con la nitidezza dell'immagine in seguito ingrandita.
Oggi il tascabile cellulare contiene anche un 'apparecchio' fotografico, con
il quale si possono eseguire non soltanto cento immagini, ma milioni di
splendide fotografie a colori, una dopo l'altra, senza fatica, se non quella
dell'intelletto, della sensibilità e, ovviamente, del talento del Fotografo, che è un talento speciale, singolare, specifico. Ahimè, "la batteria è scarica", ho finito.


Il Grand Tour con il cellulare in tasca

I viaggiatori-fotografi dell'Ottocento, chiamati 'pellegrini del Sole', scendevano di preferenza a Sud, dove la Luce è pressoché garantita, con l'ingombrante
attrezzatura di Daguerre (cinquanta chilogrammi) o quella, di poco più leggera, di Talbot, sostituendo in breve l'esercizio del disegno e dell'acquarello, che era stato d'obbligo nel secolo precedente.
Il photogenic drawing, soprattutto, con cui si ottenevano immagini su carta
da lettere, sembrò consentire effetti persino simili alle litografie, ma assai più fedeli, sia nella prospettiva che nei dettagli.
Con il 'velocifero privilegiato', una diligenza trainata da sei cavalli freschi, da cambiare a ogni Stazione di Posta, si poteva raggiungere la Sicilia in poche decine di giorni, e poi la Grecia o l'Egitto in nave, in attesa dei jet, ma era una fatica poi ricompensata dalle 'realistiche' immagini raccolte in una cartella da mostrare agli amici.
La fotografia è via via tecnologicamente progredita, così come tutte le altre invenzioni del secolo XIX; è una coincidenza interessante, che nel 1839 (l'anno dell'invenzione dagherriana), si inaugurarono le prime 'tratte ferroviarie', e in Italia la Napoli-Portici. E nello stesso periodo si applicò alle navi l''elice' e il motore a vapore che, ad esempio, consentiva di raggiungere Malta da Marsiglia, con il mare favorevole, in meno di una settimana, sul finire degli anni Quaranta dell'Ottocento.
I jet oggi volano verso i duemila chilometri all'ora, e i viaggiatori sono
utti fotografi, hanno un apparecchio "digitale" in tasca, al minimo un videocellulare, ricco di magiche funzioni. Il più famoso, tra i primi acquerellisti lungo il Grand Tour a convertirsi alla fotografia, fu l'inglese Edward Lear (1812-1888), che abbandonò quasi del tutto l'immagine 'manuale' nella quale era comunque abilissimo, passando alla fotografia che, via via, stava occupando sempre di più anche gli spazi del souvenir. Oggi Lear
avrebbe in tasca un videocellulare.


Pio IX, dagli studi sulle macchine ottiche all'editto contro i fotografi

Trent'anni prima dell'invenzione della fotografia, anche il futuro Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti di Sinigaglia, si appassionò ai fenomeni della camera ottica, addirittura scrivendo un saggio, "Le Macchine Ottiche", esercizio fisico-matematico, con il quale si laureò. L'occhio, osservava Mastai Ferretti nel suo scritto, è "la più mirabile delle Macchine Ottiche", soffermandosi poi sulla "divergenza dei raggi lucidi, l'inversione delle immagini, le apparenze ottiche.", alludendo infine ai fenomeni in voga, della camera oscura e della lanterna magica.
Se non fosse diventato Papa e insistendo in questi studi, avrebbe forse contribuito all'Idea della fotografia, sempre più prossima alla realizzazione, ma sarebbe stata indispensabile maggiore creatività, quella di un artista, come fu il Daguerre, mentre Pio IX si rifugiò, ahimé, nei misteri dei dogmi. Ma nel 1862, già Papa in Vaticano, appoggiò l'attività dell'Osservatorio astronomico diretto da Padre Angelo Secchi che aveva applicato subito la fotografia nelle sue ricerche astronomiche, ma sollecitò nel contempo la stesura del famoso Editto del 1862, "a fine di dare regolamento a Stabilimenti di Fotografia".
Un decreto però rigoroso e punitivo, soprattutto nei confronti degli autori di "fotografie oscene"; ma anche il semplice possesso degli strumenti fotografici, era in odore di peccato. I contravventori sarebbero stati assoggettati , oltre che a una multa "dagli Scudi cinquanta agli Scudi cento", un'enormità in quegli anni, anche "alla pena di un anno di opera pubblica". Oggi molti fotografi, con la stessa legge, finirebbero certamente ai 'lavori forzati'.

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Pagina pubblicata il 21-11-2006 - Aggiornato il 08-Giu-2015